martedì 13 luglio 2010

Guai a sottovalutare la gravità di quello che sta emergendo - Giancarlo Caselli

Guai a sottovalutare la gravità di quello che sta emergendo

GIANCARLO CASELLI Ogni giorno le cronache delle indagini sull’eolico in Sardegna e sulla cosiddetta «P3» sfornano nomi altisonanti di personaggi «eccellenti», per un verso o per l’altro gravitanti nell’area politica della maggioranza. Il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza deve valere sempre, ma il quadro che si delinea consente alcune considerazioni. Negli ultimi decenni tutto (o quasi) è passato nelle aule di giustizia: dalla legittimità del sistema televisivo alle proprietà dei giornali, dalle più delicate operazioni di concentrazione industriale alle questioni bioetiche, dalla regolarità delle partite di calcio al doping nello sport e alla salute in fabbrica...L’insofferenza verso pretesi eccessi della magistratura ha dato vita a forti polemiche. Divenute feroci con i processi di Tangentopoli e di Mafiopoli nel momento in cui essi hanno posto il problema drammatico se la corruzione e le collusioni mafia-politica costituiscano un dato marginale, seppur esteso, della nostra democrazia, ovvero ne siano diventati un elemento strutturale. Autorevoli commentatori hanno persino ipotizzato una torsione del sistema istituzionale in una sorta di «democrazia giudiziaria». La definizione è di Angelo Panebianco, che ragionando su certe democrazie latinoamericane e sui loro rapporti col potere militare ha teorizzato l’esistenza in Italia di un sistema politico sotto tutela di una magistratura nel ruolo di “burocrazia guardiana”, un sistema politico nel quale (a suo dire) le libertà di tutti corrono gravissimi rischi. Corollario di queste brillanti teorie sono stati i ripetuti inviti alla giustizia a fare...un passo indietro. Un invito paradossale, perché se il sistema giudiziario non funziona, è strano che anche quel poco dia fastidio. E che quando un uomo politico viene indagato per corruzione o collusioni con la mafia, la regola diventi l’accusa - per il magistrato - di fare lui politica. Accusa che, oltretutto, ha sempre ostacolato l’introduzione di controlli efficaci ed eventualmente di «bonifiche» capaci di restituire alla politica la sua credibilità ed il suo primato. Tutto ciò si è intrecciato con l’ accantonamento di fatto della «questione morale», che resta invece una grande questione democratica (per la decisiva ragione che un sistema intriso di corruzione o di rapporti con la mafia è l’emblema del prevalere dell’interesse privato sull’interesse pubblico). Il vecchio detto machiavellico secondo cui gli Stati non si governano con i «pater noster» non tiene conto del pensiero dei nostri «maggiori» - da Bobbio in poi - secondo i quali la corruzione e le collusioni con la mafia sono prive di giustificazioni politiche e, come il tiranno resta tiranno, così il corrotto e il colluso restano tali, a prescindere dai loro successi. Oggi, con tutto quello che sta emergendo, c’è da sperare che la gravità dei fatti porti a recuperare la questione morale e spazzi via gli infiniti luoghi comuni che hanno accompagnato l’azione della magistratura in questi ultimi anni. Compreso il pregiudizio ostile che ha portato il premier ed i suoi epigoni a ripetere ossessivamente che: «una sentenza non può valere di più del voto di milioni di italiani»; «è eversivo un pubblico ministero che utilizza i suoi poteri per andare contro le indicazioni del corpo elettorale»; «chi è stato scelto dai cittadini per governare deve poterlo fare senza che ci siano interventi esterni come ad esempio quelli dell’ordine giudiziario». Un coro che le cronache più recenti sui presunti fatti e misfatti di una certa politica fanno apparire davvero impresentabile e stonato.

Chi è Giancarlo Caselli: http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Caselli

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