Non è stato bello.
Erano ancora vive, nonostante tutto, quando mio padre le tirò fuori dalla busta;
si muovevano, si contorcevano, boccheggiavano, probabilmente sapevano...
Un pò mi facevano pena, codardamente speravo fossero già morte, ma invano.
Tenuto ben fermo lo spiedo mio padre le poggiava sopra la punta bene affilata, ed io con un manicotto di legno ci picchiavo sopra per infilzarle... Le anguille hanno la pelle molto dura.
Per ben tre volte subivano questo supplizio, poco prima della testa, nell'addome e infine verso la coda e continuavano ad essere vive. Per ben tre volte moltiplicato quattordici anguille.
Venivano separate tra loro da una foglia di alloro, non di certo per gloria ma perché le avrebbe insaporite per bene durante la cottura.
Conclusa la spiedizzazione di massa e preparato il fuoco ecco che si avvicinava il momento più atroce: la cottura.
Se ne erano accorte, qualcuna di loro era riuscita in un harakiri, qualcun'altra non era così pratica o non concepiva il suicidio.
Posizionati gli spiedi (due) cominciò il vero martirio, molto più energicamente e velocemente incominciarono a moversi, o almeno ci tentarono, su e giù con la testa, destra e sinistra con la coda, invano, erano bloccate a quel maledetto spiedo, la loro pancia si stava abbrustolendo.
Non dev'essere stata una bella sensazione, anche perché il fuoco non era distribuito perfettamente per cui alcune di loro vissero più a lungo quella dannata agonia... anche dieci minuti di fila.
Mi guardavano, boccheggiavano, qui mi chiesi: "e si ci fossi io su quello spiedo?"... Tentai di uscir fuori dal tunnel pensando che magari loro non pensano, per cui le loro sofferenze sono dovute a riflessi incondizionati.
Nel mentre si avvicinò mia zia: "Guarda... come si muovono! Deve far caldo! Non sono ancora morte!"; l'immagine della trasmutazione dei corpi tornò alla mente, solo che ora vedevo i carnefici che dicevano le stesse cose di mia zia.



